Ritorno a scuola: 7 genitori su 10 preoccupati, nonni pilastro del welfare familiare

Ritorno a scuola: 7 genitori su 10 preoccupati, nonni pilastro del welfare familiare

10/09/2020

La riapertura delle scuole si fa sempre più vicina ma molti genitori vivono ancora nell'incertezza il momento della ripresa didattica.
Secondo una nuova indagine realizzata da Ipsos per Save the Children, pubblicata nella nuova ricerca “La scuola che verrà: attese, incertezze e sogni all'avvio del nuovo anno scolastico”, al momento del sondaggio il 66% dei genitori era a conoscenza della data di riapertura delle scuole, ma quasi 7 su 10 non avevano ricevuto alcuna comunicazione ufficiale sulle modalità organizzative per l'anno scolastico. Solo 1 genitore su 4 sapeva già se la classe del proprio figlio sarebbe stata divisa in gruppi.
Guardando al nuovo anno, 7 genitori su 10 dichiarano di avere preoccupazioni relative al rientro a scuola. Prima fra tutte l'incertezza circa le modalità di ripresa (60%), seguita dai rischi legati al mancato distanziamento fisico (51%) e quindi dalle possibili variazioni di orario di entrata/uscita da scuola che potrebbero non essere compatibili con gli impegni lavorativi dei genitori (37%), specialmente per i genitori di bambini di 4-6 anni (45%).
In questo caso i nonni, per chi li ha, tornano ad essere il pilastro del welfare familiare, per il 22% dei genitori intervistati. Anche la rinuncia al lavoro o la riduzione dell'orario lavorativo sembra essere una delle opzioni delle famiglie, in particolare quelle con figli più piccoli: una scelta che però – confermando ancora una volta il gender gap (divario di genere) del nostro paese – ricadrebbe principalmente sulle madri (23%) più che sui padri (4%).
La preoccupazione per le condizioni economiche peggiorate negli ultimi mesi, si riflette anche sul rientro a scuola: 1 genitore su 10 crede di non potersi permettere l'acquisto di tutti i libri scolastici, 7 genitori su 10 fra coloro che usufruiscono del servizio mensa si dichiarano preoccupati della possibile sospensione del servizio a causa delle norme anti-Covid, mentre 2 genitori su 10 fra coloro che ne hanno usufruito negli anni passati per i propri figli di 4-12 anni, pensano di non poter sostenere le spese il prossimo anno. I primi effetti di questa situazione si fanno sentire sulle scelte dei ragazzi sul proprio corso di studi: l'8% dei genitori intervistati dichiara che il proprio figlio pensava di iscriversi al liceo ma, a causa delle difficoltà economiche che sta attraversando la famiglia, ha scelto una scuola professionale.
Già prima della crisi l'Italia presentava un quadro critico relativamente al fallimento scolastico, la dispersione e la povertà minorile. Il nostro Paese spende per l'istruzione e università circa il 4% del PIL (ultimo dato disponibile, 2018) rispetto al 4,6% della media EU. La sola riforma del 2008 ha ridotto gli investimenti in istruzione di ben 8 miliardi di euro in 3 anni, operando tagli lineari, ovvero in percentuale sulla voce di costo, con poca attenzione al loro possibile impatto. La spesa per l'istruzione è così crollata dal 4,6% del 2008 al 4,1% del 2011, fino al minimo storico del 2016 e 2017 del 3,9%. Dal 2011 al 2016 l'Italia ha speso generalmente di più in interessi sul debito che sull'istruzione.
Nel corso degli anni sono stati avviati una serie di progetti volti proprio a combattere la povertà educativa. L'emergenza Coronavirus ha però reso necessario un riorientamento di queste iniziative per rispondere al “learning loss” (perdita di apprendimento) dei bambini e degli adolescenti che vivono in contesti più svantaggiati, dovuto al lungo confinamento. È per questo motivo, che è stato lanciato, a giugno scorso, il programma "Riscriviamo il Futuro", con l'ambizione di raggiungere 100 mila bambini e adolescenti sul territorio nazionale e le loro famiglie, nei prossimi 15 mesi (vedi Circolare 368/SS/amb del 13 maggio 2020).
Una delle principali preoccupazioni delle famiglie arriva dal rischio di incompatibilità fra orari scolastici dei bambini che frequentano elementari e medie e quelli di lavoro dei genitori. Le soluzioni previste dai genitori differiscono a seconda della fascia di età dei figli, ma ancora una volta emerge il ruolo fondamentale di madri (23%) e nonni (28%) nel supporto alla gestione della routine familiare nel caso di bambini più piccoli: un paradosso se si pensa che principalmente per proteggere i più anziani dal rischio di contagio, i bambini e gli adolescenti sono stati costretti a mesi di didattica a distanza e di lockdown.
La prima infanzia rappresenta un momento cruciale per lo sviluppo cognitivo, socio-emozionale e fisico del bambino. Guardando all'anno appena trascorso, un bambino su 2 di età compresa fra gli 1 e i 3 anni non ha frequentato alcun nido o servizio integrativo, rimanendo a casa con un familiare nella quasi totalità dei casi. In più di un caso su tre il principale motivo per cui il bambino non ha frequentato il nido/servizio integrativo è stato di tipo economico.
La povertà educativa comincia sin dalla primissima infanzia e per questo sarà fondamentale che venga fatto un investimento ambizioso per i bambini e in particolare i più piccoli.

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